Strage di Capaci, 27 anni fa la mafia uccide Giovanni Falcone

Ogni 23 maggio, dal 1992 ad oggi, Palermo e tutta Italia cambiano volto: si uniscono nella paura, nella commemorazione e, forse, ancora nella speranza.
27 anni fa, alle 17.58 un boato diede inizio a quella che verrà per sempre ricordata come “la strage di Capaci”. In quel momento il male prevalse sulla giustizia. Giovanni Falcone fu assassinato dalla mafia insieme alla moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta.
Cosa Nostra aveva progettato tutto nei minimi dettagli. In un tunnel sotto l’autostrada A29 che collega Palermo a Mazara del Vallo furono nascosti 500 chili di tritolo. Gli attentatori sapevano che il giudice avrebbe attraversato il tratto identificato.
Quel giorno Falcone tornava da Roma come ogni sabato pomeriggio. Il jet di servizio arriva a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Ad attenderlo tre auto pronte a raggiungere il capoluogo siciliano. In testa al gruppo la Fiat Croma marrone con Vito Schifani, l’agente scelto Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo. A seguire, la vettura bianca guidata da Falcone, accompagnato dalla sua sposa e dall’autista giudiziario Giuseppe Costanza che occupa il sedile posteriore. In coda la Croma azzurra in cui ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Mentre alcune telefonate avvisano i sicari della partenza, le macchine lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada. La situazione appare tranquilla. Sono gli ultimi secondi prima della strage. Otto minuti dopo, la carica di esplosivo posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Ma qualcosa non va come deve: pochi istanti prima della detonazione, Falcone rallenta. Brusca, spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo la Croma marrone. I tre agenti di scorta muoiono sul colpo.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e i detriti innalzatisi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Il magistrato, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di lesioni interne. Stessa sorte per la coniuge.
Rimangono feriti gli agenti della Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche alcune persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. In un clima surreale automobilisti e residenti danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.
Due giorni dopo, a Palermo si svolgono i funerali. Regnano sovrani disperazione e dolore. Lo Stato sembra vacillare. Quell’autostrada che si apre con un boato inaudito e inghiotte l’uomo che era divenuto il simbolo della guerra al potere di Cosa Nostra è scolpita nella memoria di chi quel sabato pomeriggio rimase muto ed impietrito e di chi non smette di sperare che qualcosa possa ancora cambiare.

Anna Pirozzi Autore

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