“Rousseau” dice sì al governo M5S-Pd. In giornata Conte salirà al Quirinale per sciogliere positivamente la riserva

All’indomani della Conferenza di Monaco di fine settembre del 1938, conclusasi con il via libera delle potenze europee al progetto hitleriano di annessione della regione cecoslovacca abitata in prevalenza dai Sudeti, popolazione di origine tedesca, pur di contenere le aspirazione espansionistiche e bellicistiche del Fuhrer, tanto che i capi di governi presenti al summit, Deladier per la Francia, Chamberlain per il Regno Unito e Mussolini, vennero accolti al ritorno nelle loro rispettive Patrie da folle in giubilo per aver evitato un potenziale conflitto, Winston Churchill, in un discorso alla Camera dei Comuni, qualche giorno dopo, commentò polemicamente e profeticamente: “Dovevate scegliere tra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore ed avrete la guerra”. Ed in effetti, poco meno di anno dopo, il 1° settembre del 1939, con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste della Wehrmacht (pochi giorni fa è stato commemorato il 90 anniversario) scoppiava ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale che avrebbe insanguinato l’Europa con il suo carico di lutti, devastazioni ed orrori di ogni tipo. Ebbene, si potrebbe utilizzare la stessa profezia churchilliana per le prospettive di durata del nascituro governo giallo-rosso o, come ironicamente ribattezzato, “giallo-rousseau”, ormai sicuro dopo che è stato superato l’ultimo scoglio, la consultazione online degli iscritti pentastellati alla piattaforma Rousseau che si è conclusa con un plebiscito (79% contro 21%) a favore del sì all’alleanza di governo Pd-M5S. In giornata, infatti, il Premier incaricato Giuseppe Conte, dopo un ultimo vertice tra le tre componenti, M5S, Pd e LeU, che sostengono il secondo esecutivo del Professore pugliese per limare gli ultimi punti ancora in sospeso dell’accordo programmatico e per la definizione del team di governo, salirà al Colle per sciogliere positivamente la riserva comunicando al Capo dell Stato Mattarella i nominativi della propria seconda squadra di governo. E così, quindi, Zingaretti e Di Maio, che potevano scegliere tra un alleanza di governo abborracciata unita solo dal collante della spartizione delle poltrone e dal timore dell’esito delle urne ed il ridare la parola ai cittadini, a cui ai sensi della Costituzione appartiene la sovranità, hanno scelto di “unirsi in un matrimonio di interesse” per dare vita ad un esecutivo, dopo che negli ultimi 14 mesi si sono scambiati improperi ed accuse gravissime (il “Partito di Bibbiano” rivolto da Di Maio al Pd, “il M5S ai limiti dell’eversione in quanto eterodiretto da un’associazione privata a fini di lucro”, Rousseau appunto) solo per evitare il ritorno immediato al voto; eppure, come insegna Churchill, la sensazione diffusa, avvalorata dai prodromi di tale nuovo governo di “svolta” dopo quello del “cambiamento”, confermando così con la loro insistenza sul fatto di aver bevuto l’amaro calice dell’accordo di governo solo per il bene dell’Italia, per il suo sviluppo, per la sua crescita, per il lavoro, per la redistribuzione della ricchezza ciò che sosteneva il poeta William Blake: “Chi vuol fare del bene ad un’altra persona deve farlo nei minimi particolari, il bene generale è la vocazione del furfante, dell’ipocrita e dell’adulatore”), è che alla fine, nonostante abbiano ingoiato il rospo dell’alleanza di governo pur di esorcizzare lo spettro delle elezioni, in una sorta di eterogenesi dei fini, saranno costretti comunque, molto prima di quanto si augurino, a misurarsi con il giudizio del corpo elettorale.

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