L’assistenza Sessuale ai disabili è Ancora un Tabù

Cinema è anche sociale, è far riflettere, porsi delle domande e, magari, aprire anche dibattiti su temi completamente ignorati dall’opinione pubblica, come quello dell’assistenza sessuale ai disabili.
E’ con questa speranza, che è stato presentato nei giorni scorsi il lungometraggio “Hand in the cap” di Adriano Morelli, che con questo gioco di parole ci racconta la storia di un ragazzo disabile e di sua madre, interpretata da Violante Placido, che con coraggio affronta i dubbi legati alla scoperta della sessualità del figlio.
“Questo corto è forte, coraggioso, ma anche delicato”, riflette l’attrice.
Per realizzarlo è stato chiesto il supporto di psichiatri e neurologi, tutti concordi col sostenere che il principio della sessualità è uguale per tutti. Eppure il “diritto alla sessualità” è un tema ancora carico di pregiudizi nel nostro paese.
Proprio in questi mesi, in Parlamento è stata presentata una nuova proposta di legge che prevede la figura dell’assistente sessuale, un’operatore professionale che accompagna il disabile attraverso una terapia che comprende supporto psicologico, emotivo e sessuale. In Europa, in particolare in Germania, Olanda e più di recente in Svizzera la legge riconosce da più di trent’anni questa figura professionale.
Già nel 1954, Abraham Maslow studiò i bisogni comuni agli esseri umani, elaborando una celebre piramide, alla cui base, vi è anche la sessualità. La frustrazione di tale impulso può, infatti, avere serie ripercussioni psicofisiche sull’individuo.
E in Italia? In merito, disegno di legge promosso da Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà nel 2014 rimane al giorno d’oggi fermo.
Da tale data, però, l’associazione italiana Lovegiver presieduta da Maximiliano Uliveri, opera affinché venga promossa e sorvegliata per legge una pratica diffusissima e illegale. Dando speranza a molte famiglie, che ogni giorno, nel nostro paese, sono supportati a fatica dal sistema sanitario nazionale e vivono problemi di questo tipo senza avere gli strumenti per affrontarli.
Ecco perché è importante parlarne.
Come racconta in maniera cruda il film di Morelli, scritto da Nicola Guaglianone (noto per “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Indivisibili”).
La sequenza finale si chiude sull’immagine di una madre e un figlio, persi nella loro solitudine. Un’immagine potente, che ci racconta la realtà del nostro paese e che vuole portarci a riflettere, per rompere, finalmente, quello che resta forse uno dei tabù più gravi della nostra generazione.

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