Il portiere il ruolo che affascina filosofi, artisti e psicoanalisti

Se il Napoli può ancora credere nella qualificazione alle semifinali di Europa League, per quanto ci sarà comunque da scalare una montagna dovendo recuperare il passivo di due reti rimediato all’andata, lo deve al suo giovane portiere Meret, l’unico a salvarsi nel naufragio dell’Emirates visto che con alcune strepitose parate ha tenuto a galla il Napoli quando i gunners erano sul punto di travolgere l’impalpabile retroguardia azzurra.
Un’altra convincente prestazione dell’estremo difensore friulano che ancora una volta ha dimostrato di possedere non solo eccelse doti tecniche ma anche forza mentale e tempra per come ha superato alla grande il travagliato periodo di riabilitazione successivo alla frattura dell’ulna del braccio sinistro che gli ha fatto saltare tutta la prima parte della stagione.
Non a caso, se il fantasista, il classico numero 10, ed il centravanti sono da sempre i calciatori che accendono le fantasie dei tifosi ed addetti ai lavori, il ruolo del portiere è quello che, invece, affascina poeti, filosofi, artisti, psicoanalisti. Prova ne è che tra quelli che in età giovanile hanno praticato il calcio lo hanno fatto indossando i guantoni e difendendo i pali della porta, dal Premio Nobel Albert Camus, portiere nelle fila del Racing Universitario di Algeri ed una promettente carriera stroncata dalla tubercolosi, a Vladimir Nabokov, l’autore dell’immortale Lolita che durante gli studi universitari a Cambridge si dilettava a giocare a calcio come portiere, fino al nostro Umberto Saba che all’estremo difensore dedicò la poesia “Il portiere caduto alla difesa “.
Perché, dunque, il portiere esercita così tanto fascino sugli artisti, filosofi e perfino psicoanalisti?
Per le dinamiche del gioco del calcio il portiere è al contempo giocatore ed osservatore privilegiato, sorta, quindi, di metafora ludica dell’artista quale coscienza critica della società. In altri termini, il portiere che parando osserva lo sviluppo del gioco è la declinazione ludica della tenda piazzata al centro del villaggio, allegoria del metodo dell’osservazione partecipata teorizzato dall’antropologo Malinowski.
Inoltre, per la sua asimmetria, essendo l’unico in campo il cui scopo non è tentare di segnare un gol bensì di evitarlo, il portiere è quasi un corpo estraneo tanto che l’immaginario collettivo calcistico lo dipinge per la sua temerarietà come un folle perché, secondo lo psicoanalista Amati, autore de “La psicoanalisi del calcio”, sempre sull’orlo del breakdown, ossia della rottura, e per questo un passepartout per penetrare nei recessi più profondi della psiche umana: “ Quando un portiere subisce un gol, il mondo gli casca addosso.
Quando ciò non avviene, in virtù di un suo provvidenziale intervento, lo invade un senso di felicità meravigliosa quanto effimera. Sono numerose le persone che si chiedono se la soluzione della loro vita non sia il suicidio. Si decide di farla finita quando il crollo, in un passato indecifrabile, è già avvenuto. Il portiere, soprattutto quando è chiamato a parare un calcio di rigore, presentifica questa soluzione drammatica. Un po’ come se dicesse: io sono qui per scongiurare il peggior pericolo per un essere umano: la morte “.
Perciò lo scrittore Peter Handke interpretava il coraggio esistenzialista del “numero uno” come l’angoscia del portiere davanti al calcio di rigore. Insomma, il ruolo del portiere è un attrattore di significati extracalcistici oltre ad essere connotato dalla predisposizione alla speculazione astratta, il che spiega l’interesse suscitato nei filosofi, come dimostra un aneddoto che vede come protagonista il Premio Nobel Niels Bohr, tra i padri nobili della teoria quantistica: portiere dilettante in una squadra di Copenaghen, si giocò le possibilità di vestire la maglia della nazionale danese perché durante un incontro amichevole contro una rappresentativa tedesca subì così tanti gol che venne interrotto il match. Nel post partita a chi gli chiese lumi sulle cause di tale catastrofica prestazione replicò ammettendo che era distratto in quanto alle prese con un problema matematico che coinvolgeva le grandezze fisiche simbolizzate dagli uomini di una squadra di calcio.
Per questo il calcio non è soltanto, come si diceva un tempo per denigrarlo, “ventidue uomini in mutande che rincorrono una palla “.

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