“Il matrimonio di piacere” come antidoto contro il femminicidio

Il divo di Hollywood Nicholas Cage ha ottenuto il divorzio dopo il matrimonio lampo, durato appena quattro giorni, con la quarta moglie, la giovane make-up artist Erika Koike, perché troppo ubriaco per intendere e volere al momento del fatidico “sì”. Un vero record anche per gli standard della Mecca del cinema dove i  capricciosi e privilegiati divi si sposano e divorziano nello stesso intervallo di tempo in cui noi comuni mortali decidiamo dove e come trascorrere il sabato sera. Eppure nella Repubblica sciita iraniana, lo Stato integralista degli ayatollah, è stato istituzionalizzato il matrimonio breve, o, nell’idioma locale, mut’a: dal momento che, come per tutte le religioni rivelate, anche nell’Islam vige il divieto assoluto di avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, facendo leva su un episodio storico in cui Husayn, figlio di Alì, cugino e genero del Profeta nonché fondatore dello sciismo, durante le pause di una battaglia, diede il permesso ai propri soldati di dare libero sfogo ai loro istinti sessuali con qualsiasi donna vista l’impossibilità di copulare con le loro legittime consorti, da qualche anno in Iran è possibile contrarre un matrimonio che può durare un anno, un mese, un giorno, perfino mezzora, giusto il tempo di consumare un rapporto sessuale in costanza di matrimonio, non contravvenendo così ai rigidi precetti della legge coranica, dopodiché si scioglie automaticamente ogni vincolo coniugale, senza quindi dover ricorrere ad un giudice. Al di là degli aspetti più pruriginosi, il matrimonio a tempo determinato, in ambito sciita conosciuto anche come “matrimonio di piacere”, oltre ad essere in piena sintonia con la società moderna  in cui la precarietà in tutti  gli ambiti, anche in quello dei rapporti personali, la fa da padrona, può rivelarsi un valido aiuto per colmare quel deficit culturale all’origine di quel deprecabile fenomeno noto come  femminicidio. Infatti l’istituto del matrimonio a tempo determinato può sensibilizzare gli uomini a non considerare più la loro partner come una proprietà esclusiva: in fin dei conti la violenza coniugale esplode per l’incapacità dell’uomo di prendere coscienza ed accettare che una storia è terminata e che di conseguenza la propria ex compagna possa ricostruirsi una vita al fianco di un altro uomo. Non c’è, quindi, neanche il simulacro di un sentimento d’amore ma solo la rivendicazione di un possesso egoistico cui non sono estranei ancestrali motivi culturali: presso gli antichi romani il matrimonio si perfezionava quando il padre della sposa staccava dalla propria la mano della figlia per  porla in quella del marito ( da qui l’espressione romantica  “ chiedere la mano di una donna” ) rendendo in tal modo icastica la condizione di subalternità della moglie rispetto al consorte nonché il suo ruolo ancillare di angelo del focolare domestico. In tempi più recenti, invece, come descritto dal Verga nel suo capolavoro “I Malavoglia”, alla neosposa che metteva piede per la prima volta nella casa coniugale, che era per tradizione quella della famiglia del marito, come benvenuto il suocero la schiaffeggiava per farle capire da subito chi comandasse in quella casa e quale fosse il suo ruolo. Ebbene, un matrimonio a tempo determinato farebbe strame di tale retaggio disarmando i mariti che non potrebbero più utilizzare l’arma delle violenze fisiche e psicologiche per piegare la volontà delle loro mogli facendole così recedere dal proposito di divorziare dal momento che nessuna violenza, per quanto efferata, potrebbe evitare,  alla scadenza contrattuale, la fine del matrimonio, prorogabile solo in caso di assenso delle due parti e quindi anche della moglie bistrattata e vilipesa. Non solo. Anche le mogli che spesso non denunciano i soprusi e le angherie subite in quanto spaventate e disincentivate dalla prospettiva di un  lungo e costoso iter giudiziario sarebbero incoraggiate a farlo non dovendo più ricorrere ad un giudice per porre fine ad un’unione infelice. Insomma, il matrimonio di piacere, oltre ad essere una stuzzicante curiosità di un mondo come quello islamico, nonostante tutto, ancora poco conosciuto, può davvero essere, in una sorta di eterogenesi dei fini, lo strumento per insegnare agli uomini che impalmare una donna non significa incatenarla, semmai la fede nuziale è un “memento” aureo per inculcare in loro la  necessità di non considerare una partner, una moglie, scontata dal momento che va conquistata ogni giorno per essere meritevole del suo amore.

 

 

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